HILBERG – PASQUERO
Michele Pasquero e Annette Hilberg
Non saprei dire se il mio vino parli più tedesco o italiano, se sia più creativo e passionale che razionale e ordinato, ma di certo unisce i nostri diversi temperamenti, il mio e quello di mio marito Michele, piemontese di razza. Credo profondamente che il nostro vino, autoctono e tipico, sia poliedrico: con la personalità fresca e musicale del ceppo neolatino, quella precisa, tagliente e limpida del mondo tedesco e, perché no, anche con l’aspetto tipico e unico del dialetto piemontese. Un insieme che, peraltro, ha permeato anche me, senza farmi perdere nulla della mia cultura d’origine. Mi ha arricchita e addolcita, in questa terra così lontana dalle nebbie e dai grigi vapori sassoni.
Per me, come per molti altri stranieri, l’Italia è stata ed è la terra dei sogni, il luogo ideale in cui rifugiarsi, la “soleggiata Terra degli Dei”. Una fuga, è vero, verso un altrove ideale, un Paese dove era ed è possibile intraprendere un viaggio alla ricerca delle cose più profonde che sostengono lo spirito. Nei secoli passati non sono mancati esempi illustri di tedeschi che, innamorati dell’Italia, lasciarono tutto per venire qui. Nel Settecento Goethe stesso fuggì dal suo incarico ministeriale a Weimar, soffocato dal rigido determinismo tedesco, e nel “Bel Paese” iniziò un cammino che, attraverso le bellezze di questa terra, lo condusse alla ricerca e alla scoperta della propria anima.
La stessa cosa accadde a me. Mi sentivo costretta nel mio lavoro di infermiera. Pur essendo un’attività coinvolgente e utile, finiva per soffocare la mia creatività. Avevo circa vent’anni e ricordo che mi chiedevo se avrei avuto la forza di trascorrere tutta la vita camminando su e giù per i corridoi di un ospedale, o se non fosse meglio cambiare strada.
Forse qualcosa di meno utile nell’alleviare le sofferenze altrui, ma più in sintonia con il mio carattere libero e aperto. Arrivai in Italia all’inizio degli anni Ottanta, attratta dal nascente movimento ecologista e dalle strade aperte dall’agricoltura biologica. Qui incontrai mio marito, anch’egli interessato a queste nuove forme di coltivazione. Mi innamorai, come succede a vent’anni, e mi fermai, iniziando un nuovo percorso attraverso il vino, la campagna e me stessa, smussando alcune rigidità e severità culturali del mio carattere e arricchendo il mio spirito e la mia anima con il “Bello” che qui si trova ovunque. Credo che nessuno sappia apprezzare il “Bello” quanto i tedeschi. Secondo Goethe, essi sanno cercarlo nelle cose più piccole, nei dettagli più minuti in cui Dio si rivela. E io mi sono arricchita di tutto questo, scoprendolo ogni giorno: nei volti dei contadini, nella loro antica saggezza, in questi mosaici di vigneti che si intrecciano senza sosta, nelle stagioni e nel mio vino. Tutto qui mi parla di un passato potente e importante, al quale sento di appartenere con orgoglio. In nessun altro luogo la mia curiosità per la vita si sente così pienamente appagata, e continuo a osservare tutto in una successione di scoperte che, giorno dopo giorno, mi mettono in comunione con questa terra del Piemonte.
Posso assicurare che l’impatto iniziale non fu affatto facile. Ci vollero alcuni anni per essere accettata. Ma alla fine, grazie all’atteggiamento dimostrato nel mio lavoro – che svolgo con entusiasmo e passione – riuscii a costruire un rapporto di stima e rispetto reciproci. Credo di appartenere a quella categoria di tedeschi che, nei secoli, proprio perché non colonizzatori, sono riusciti a integrarsi in ogni parte del mondo, creando attività produttive e portando benessere nei territori in cui si sono stabiliti. Con questo spirito, che oggi riconosco in me, avrei potuto allevare cavalli in Texas, coltivare caffè in Kenya o cotone in America Centrale. Avrei potuto andare in Africa o in Asia, ma ovunque fossi andata, l’Italia sarebbe stato il Paese che mi sarebbe mancato di più.
Il mio sogno si è realizzato proprio qui, in questa splendida regione. L’unico rammarico è di non aver avuto maggiori capacità comunicative e diplomatiche, che mi avrebbero certamente aiutata nella comprensione reciproca e in una vita di comunità migliore. Non voglio sembrare banale dicendo che ciò che mi ha portata qui sono stati il sole, l’amore e la ricerca di un senso più profondo della vita, ma so anche bene che non è tutto rose e fiori. Qui, come altrove, molte cose non vanno, e mi rattrista constatare il diffondersi di un preoccupante disinteresse per il territorio, per la cultura che lo anima e per la memoria che lo nutre, alla quale con il tempo mi sono profondamente legata. Non mi è difficile sentire nell’aria le voci dei contadini o le donne che chiamano i bambini lontano dai loro giochi, in un susseguirsi di profumi e odori che entrano nell’anima e restano impressi nella memoria. Non mi è difficile perdermi tra i filari delle vigne o tra i profumi del mosto in cantina, né innamorarmi di tutto questo. Vorrei che la parte più bella di questo territorio rimanesse intatta per sempre, con la terra protetta e curata. Spero che l’equilibrio tra uomo e natura, costruito dall’esperienza millenaria dei contadini, resti stabile nel suo rinnovarsi e possa crescere senza che il vento distruttivo della globalizzazione travolga la “soleggiata Terra degli Dei”.
